Quando oramai si sente dire che la ripresa è lentamente iniziata sorgono sempre più interrogativi su quelle che saranno invece le ripercussioni della crisi nel medio-lungo termine. Forse il peggio della stretta creditizia per le piccole e medie imprese italiane potrebbe arrivare proprio ora che l'economia reale sta cominciando a riprendersi. Vediamo di capirne il perché.
Nei mesi passati, la crisi finanziaria e l'allungamento nei tempi dei pagamenti hanno coinciso con il crollo della produzione, e quindi con una minor domanda di credito per finanziare il capitale circolante. Ma cosa succederà con la ripresa?. E’ facile pensare che salirà anche la domanda di credito delle imprese, ma le banche, poco capitalizzate e timorose di incappare in ulteriori perdite sui crediti, ridurranno ancor più il flusso di credito alle Pmi. Come evitare quindi che la mancanza di credito bancario possa strozzare le imprese e rallentare l'uscita dalla crisi?.
In effetti è proprio questo l'interrogativo che sta alla base della polemica sulla mancata sottoscrizione dei cosiddetti Tremonti-bond e i suggerimenti di destinare queste risorse al finanziamento delle imprese. L'esigenza di aiutare la ripresa economica con provvedimenti di sostegno alle imprese è importante, e non va assolutamente accantonata. E’ questo un input basilare che va tuttavia attuato rispettando un principio di fondo: la scelta di chi merita di essere finanziato o sostenuto, con credito o altri strumenti, compete alle banche e al mercato, non alla burocrazia dei ministeri né tantomeno alla politica.
L'analisi del rischio di credito è un esercizio complesso, che non può e non deve essere sottratto alla competenza degli intermediari specializzati. I provvedimenti attuati finora per attenuare la stretta creditizia rispettano questo principio. Si pensi in particolare all’operatività del Fondo di garanzia(L.662/96), che riduce il rischio di perdite sui prestiti concessi dalle banche, lasciando tuttavia a queste ultime la decisione ultima sull'allocazione del credito. Questo strumento è stato ampiamente utilizzato e potrebbe essere utilmente potenziato. I consorzi di garanzia dei fidi (i c.d confidi) si sono dimostrati efficaci nel canalizzare i flussi finanziari verso le piccole e le medie imprese, perché hanno una conoscenza capillare del territorio e delle sue specificità. Tuttavia anche in questo caso occorre che la burocrazia degli enti pubblici locali si astenga dall'intervenire direttamente: i confidi di natura privata gestiti dalle associazioni di categoria e dalle associazioni professionali, anche se ancora troppo piccoli e frazionati, sono stati più efficienti nella valutazione del merito di credito, rispetto a quelli amministrati dalle regioni. Potrebbe essere utile promuoverne l'aggregazione, mantenendoli però come soggetti autonomi di natura privata.
Tutte queste cose tuttavia non bastano. Finora la politica economica ha fatto poco per alleviare l'impatto della crisi sulle imprese, soprattutto quelle medio-piccole. In pochi mesi il loro fatturato è crollato di un terzo, in alcuni casi della metà. Se è vero quindi, come è probabile, che la ripresa dell'economia italiana sarà ulteriormente rallentata dal progressivo apprezzamento dell'euro rispetto al dollaro e alle valute asiatiche a questo legate, non si può essere passivi ma agire su ulteriori leve. La priorità è agire sul lato dell'offerta. Il vuoto aperto dalla caduta della domanda internazionale, infatti, difficilmente può essere colmato da provvedimenti di sostegno alla domanda interna.
Vi è un ovvio strumento per ridurre i costi di tutti le imprese:è la riduzione dell'Irap. Questa è un'imposta che le imprese sono costrette a pagare anche se in perdita. Inoltre, i limiti alla deducibilità degli interessi passivi sono espressi in percentuale della redditività; in momenti di crisi come l'attuale, il limite si innalza e la deducibilità si riduce. Abbattere l'Irap, riducendone l'aliquota o la base imponibile, ridarebbe quindi ossigeno alle nostre imprese e ne aumenterebbe la competitività.


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